Storia – tradizioni del paese

Vincenzo d'Acunti da piccolo

Da “Paese mio”

di Vincenzo D’Acunti

Arenabianca frazione del Comune di Montesano Sulla Marcellana (SA)
Il Comune di Montesano Sulla Marcellana si colloca, per chi attraversa il Vallo di Diano da Polla verso Casalbuono, a sud-est di esso a 110 km dal capoluogo Salerno e conta circa 6.500 persone.
Al di là delle varie leggende, il toponimo indica in modo inequivocabile i motivi che ne determinarono l’insediamento iniziale.
E’ verosimile, dunque, che gli abitanti residenti a valle si siano trasferiti sulla montagna per sfuggire alle pestilenze che spesso colpivano le località paludose e malsane della vallata e perciò: Monte Sano, dove i primi abitanti costituirono un casale, ovvero un piccolo agglomerato di case.
Il casale risale verosimilmente a prima dell’anno Mille e sicuramente ha origine in seguito alla distruzione di Cesariana (attuale Casalbuono: casale buono) e di altre città della Valle ad opera dei Saraceni nel 915 d.C.
Le prime notizie si ricavano da una pergamena datata novembre 1086, conservata nel grande archivio della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (SA). Si tratta di un diploma del Conte Ugo D’Avena che, insieme con la moglie Emma ed il figlio Ugo, dona a Pietro Pappacarbone, abate di detta Badia, tre monasteri tra cui quello”….Sancti Simeonis in loco pertinentiis de CASTELLO MONTESANO cum omnibus rebus sibi pertinentibus ….”.
Il nome ricompare, poco dopo, nel privilegio che Ruggiero II, RE di Sicilia, concesse all’abate Leonzio di Grottaferrata nell’aprile del 1131.
Tra le grancie di pertinenza della famosa Abbazia è menzionata quella “…Sancti Petri de Tomusso, quae est in territorio MONTISSANI …”.
Per la salubrità dell’aria, la ricchezza delle acque e la fertilità del suolo, Montesano fu “Feudo” ambito da molti “Signori” nel periodo medievale.
Il primo di cui si ha notizia fu Annibaldo di Trasmondo di Roma, che l’ebbe in dono dal Re Carlo D’Angiò nel 1269.
Confina con i Comuni di Casalbuono, Padula, Buonabitacolo e Sanza (Provincia di Salerno) e con i Comuni di Lagonegro, Moliterno e Tramutola (Provincia di Potenza).
E’ situato su un monte della catena della Maddalena nell’Appennino Meridionale a circa 850 m s.l.m.; l’altitudine massima è di 1447 m s.l.m. la minima a 480 m s.l.m.
Ha una superficie di circa 10.936 Kmq, compresa tra la piana del Calore ad occidente e la piana della Maddalena ad oriente.
Il suo territorio è molto variegato, vi si possono ammirare , infatti, delle splendide montagne, bellissime vallate e delle meravigliose colline con la loro tipica vegetazione.
Su tutto questo territorio si dislocano le 5 frazioni, che fanno da bella corona al capoluogo, Montesano Sulla Marcellana e sono: Arenabianca, Magorno, Tardiano, Prato Comune, detta Varchiera, Montesano Scalo.
Il Comune comprende anche grosse contrade come Tempa La Mandra, Filaro, Castelluccio, Tempa Lo Cerro, Spigno, Castracane, Perillo ed altre ancora.
La frazione Arenabianca, la più antica delle 5, si stende su un dolce pendio collinare a circa 680 metri di altezza sul livello del mare, con una felicissima esposizione al sole, mitigando, così, alquanto i rigori dell’inverno.
Visto da lontano in un caldo pomeriggio estivo sembra davvero distesa come un vecchio addormentato, ove la noia e l’abbandono sono la sua principale malattia.
L’origine del suo nome è incerto.
Nel II volume dell’opera “La Certosa di Padula” di mons. Antonio Sacco, scritto intorno al 1914, è riportata una cartina geografica del Vallo di Diano risalente al 1500 e, dove è insita l’attuale Arenabianca, c’è la denominazione “Contrada Cauli”, forse perché in quel posto era obbligatorio piantare cavoli.
E forse da questo fatto deriva la definizione un po’ ironica dei suoi abitanti come “Sceppa ca(v)l(i) r(e) Renaianca”: sceppacavoli di Arenabianca.
Nell’opera di Carmine Carlone “I Regesti dei documenti della Certosa di Padula” dal 1070 al 1400 pubblicato nel 1996 si cita un documento in cui tale località viene definita “Arnalba” che, inserendo una e, potrebbe diventare Arenalba e quindi Arenabianca, in latino, infatti, alba significa bianca.
Oggi è fin troppo facile riuscire a capire il perché di tale nome.
Basta guardarla anche da lontano per poter notare le ferite inferte dall’uomo nel suo territorio, sono le numerose cave di Arenabianca.
Da Arenabianca si gode uno spettacolare panorama su tutta la vallata sottostante verso cui degradano come terrazze le tempe sempreverdi intervallate da tante costruzioni che fanno un tutt’uno con la natura circostante.
Arenabianca, ora desolatamente spopolata per la selvaggia emigrazione di intere famiglie verso terre più prospere, conserva ancora un bel centro storico dove fino a qualche decennio fa pullulava la vita, ricco di portali e di stradine lastricate di pietre un tempo lucide per il continuo calpestio, ora ricoperte da erbacce.
Di grande interesse è la nostra amata Chiesa cui ognuno è morbosamente affezionato anche per tutti gli emozionanti ed indelebili ricordi che inevitabilmente evoca: il proprio Battesimo e quello dei figli, il Catechismo, il candido giorno della prima Comunione, la Cresima, il Matrimonio, e gli inevitabili lutti dei parenti più stretti e degli amici più cari che ci hanno lasciato.

La chiesa parrocchiale di S. Maria di Loreto ha un’esistenza secolare, testimoniando la viva devozione “ab immemorabili” che il popolo di Arenabianca e dei paesi limitrofi nutre nei confronti della Madonna di Loreto.
L’A.D. 1628 può esser considerato il suo indelebile certificato di nascita: come dimostra la scritta incisa su di un blocco di marmo che poggia sull’architrave dell’antico portale in pietra di Padula visibile sulla facciata laterale: “IUS PATRONAT(US) T(ER)RAE MONT(ISSA)NI. A.D. 1628”(Diritto di patronato della Terra di Montesano. A.D. 1628).
E’ una data che ricade in un periodo (1580-1636) durante il quale la Universitas Montissani, attuale Comune, esercitava i diritti feudali sul territorio e, quindi, costruì quel luogo di culto allo scopo di dare ai massari di Montesano, ivi permanenti, un tempietto per adempiervi le pratiche del culto cattolico.
Le dimensioni della chiesetta erano quelle che si abbracciano con lo sguardo ponendosi davanti al battistero e guardando verso il quadro della Madonna, collocato sull’altare del SS. Sacramento; e tali rimasero fin oltre la metà del secolo XIX.
Da un documento del 1725 si rileva che la “Cappella di S. Maria del Reto (sic) all’Arenabianca” fu provvista di un Cappellano onorario scelto tra il Clero di Montesano.
Nel 1827 l’Ordinario diocesano mons. Filippo Speranza, accogliendo le richieste avanzategli dalle numerose famiglie del Villaggio tramite il Vicario generale, nella visita pastorale del 2 dicembre dell’anno precedente, decretò che la Cappella fosse considerata “Chiesa succursale” della matrice S. Nicola con la nomina di un sacerdote del Clero di Montesano in qualità di Economo Curato.
Il 10 giugno 1855 Mons. Valentino Vignone, vescovo della nuova diocesi di Teggiano, nominò primo parroco di Arenabianca don Domenico Castelli di Monte San Giacomo.
Questi, con Real Rescritto del 15 marzo 1860, ricevé anche la nomina di Maestro primario.
Il 29 agosto 1866, grazie all’operosità energica di don Domenico Castelli, primo parroco della chiesa S. Maria di Loreto, furono avviati i lavori per l’ampliamento del Santuario, reso necessario dall’incremento della popolazione che aveva ormai raggiunto i 1.100 abitanti.
L’opera fu ultimata il 12 agosto 1871 con la costruzione della torre campanaria.
Cambiò così radicalmente l’assetto del preesistente edificio: la vecchia cappella orientata ovest-est, con il seicentesco portale di entrata e l’altare sormontato dal bel quadro a olio di stile tardo-barocco raffigurante la Madonna di Loreto in volo, fu inglobata nella nuova chiesa orientata sud-nord.
Classicheggiante è la facciata principale e l’architettura generale dell’interno in armonia con il gusto del tempo, ma gli influssi artistici presenti nella chiesa sono di varia ispirazione.
Così, ad esempio, il neogotico in voga nella seconda metà dell’Ottocento, conferisce cifra stilistica al battistero e alla nicchia di legno intarsiato, nella quale troneggia, come popolare emblema della maternità, la statua lignea polìcroma della Madonna di Loreto.
Forte è comunque l’impronta della tradizione certosina padulese, sia nelle pitture più antiche, sia negli intagli ed intarsi dei lavori in legno.
Nel 1913, a completamento della grande opera realizzata, viene installata, nella torre campanaria, la campana grande “a divozione del popolo di Arenabianca”, come si legge in una scritta incisa su di essa.
Ma non mancano altre novità: tra il 1933 e il 1934 vengono risistemate le cappelle del Risorto e della Madonna, e viene installato il pulpito ligneo in stile neoquattrocentesco; successivamente le nicchie laterali vengono dotate di cornici finemente intagliate.
Nel 1952 la volta, di modulo michelangiolesco e dall’altezza di dodici metri, e le pareti del sacro edificio si arricchiscono di affreschi raffiguranti la Sacra Famiglia, la Traslazione della Casetta di Nazareth sul colle Lauretano, Santa Maria Goretti e l’Ultima Cena di Gesù.
Nel 2002 è sorta ad Arenabianca l’Associazione Culturale “La Collina”, nata proprio con l’intento di far conoscere, soprattutto ai più giovani e ai numerosissimi turisti, il grande patrimonio naturale, costituito dalla nostra splendida collina, e poterne apprezzare i prodotti.
Si propone, inoltre, di rendere più piacevole il soggiorno nella nostra piccola frazione cercando anche di abbellirla.
E dal punto di vista culturale si adopera per l’ambiente, per le tradizioni locali e culinarie

Da Paese mio

di Vincenzo D’Acunti

Vincenzo d'Acunti adolescente 

Amarcord

La tradizione

Un tempo la gente abitava felice nel centro storico e quasi tutte le sera in ogni casa ci si riuniva per discutere di varie problematiche, fare qualche inevitabile pettegolezzo, qualche bella litigata o alzare un po’ il gomito.
Tutti sapevano i fatti di tutti anche perché era possibile origliare ciò che si diceva nella casa del vicino.
Allora nelle case non c’era l’acqua corrente in quanto non esisteva nemmeno la rete idrica.
Si andava a prendere l’acqua fresca alle varie fontanelle pubbliche, al Canalicchio, u canalicch(io), alla fontana della Madonna, a funtana ra Maronna, o al Pantano, u Pantan(o) con il bottiglione di vetro o col barile, u varlir(o); le donne abilmente e con perfetto senso dell’equilibrio lo portavano sulla testa con l’interposizione di un panno, a spara, generalmente un’asciugamano arrotolata.
Ricordo queste donne che spesso, mentre portavano sulla testa il barile, u varlir(o), o addirittura a naca, una culletta col bambino annesso, contemporaneamente facevano la calza, a cauzetta, con più ferri.
Le ragazze andavano con piacere a prendere l’acqua, anche perché a volte era l’unica occasione per uscire di casa e poter così incrociare, magari solo con lo sguardo, qualche bel giovanotto, forse già oggetto dei loro sogni segreti.
A volte le scaltre ragazze, a casa, di nascosto buttavano l’acqua trovando così l’occasione per poter uscire di nuovo, ah le furbizie femminili!
A quel tempo noi baldi giovanotti, imbranati come non mai, ma impenitenti romantici, andavamo a Messa di domenica, nelle feste comandate o alle novene solamente per sbirciare la ragazzina che ci faceva palpitare e se riuscivamo a incrociare il suo sguardo o scambiare qualche battuta, rossi come papaveri, toccavamo il cielo con un dito.
Oggi le ragazze, spesso ragazzine, non si fanno scrupoli di fare audaci avences ai ragazzi, che spesso accettano solo per dovere di maschilità, mandando così miseramente e definitivamente in pensione quel bellissimo periodo di corteggiamento, che ormai non serve più.
Nelle case non c’erano i servizi igienici e si andava fuori nelle campagne a fare i propri irrinunziabili bisogni anche con il cattivo tempo.
Le donne per lavare i panni andavano al fiume portando i panni sulla testa con l’immancabile spara, il panno arrotolato per attutirne il peso.
In molte case non c’era nemmeno la corrente elettrica, e in molte c’era la corrente a “furfè”, si pagava cioè solo una quota fissa che dava diritto ad una sola lampadina di cinquanta watt.
A volte l’unica lampadina era nella stanza superiore, e, per portarla, quando serviva, nella stanza di sotto, calavano il filo elettrico allungato attraverso un buco praticato nel pavimento.
Spesso a fine mese l’addetto all’energia elettrica, il buon Vincenzo La Penta, abbassava ed alzava la potenza della luce per ricordare la bolletta in scadenza.
Lo ricordo vagamente, le luminarie delle feste erano alimentate a gas.
Le botteghe vendevano tutto al dettaglio: la pasta, lo zucchero, il sale, i biscotti, il tonno, la marmellata, le caremelle, le sigarette.
Come erano buoni gli ottimi biscottini a forma di animaletti, i nic-nac, dal costo di una lira ciascuno, che il buon bottegaio, u put(g)ar(o), prendeva dal contenitore di vetro rigorosamente con le mani e li contava attentamente.
Ricordo, ancora, le mentine a forma di cofano, i cufanieddi, pure ad una lira ciascuna, le barrette di cioccolato, i tom, con figurina di giocatori di calcio annessa, e degli ottimi formaggini di cioccolato alla nocciola, i furmaggin(i) r(i) ciucculata a forma triangolare con figurina dei personaggi di Wolt Disney.
Mi sovviene alla mente in particolare la carta azzurra dei maccheroni con la quale incartavamo i libri di scuola.
Allora spesso la spesa si faceva a credito e il commerciante segnava la lista su un quadernino con la copertina nera (a libbretta) e a fine mese si saldava il conto, e forse perciò si dice “E’ scritt(o) goppa u libr(o) niur(o)”, per definire un creditore cronico.
Giocavamo in strada alla settimana o al giro d’Italia spingendo una pallina di quercia, na paddòcciula, lungo un percorso tracciato sui cumuli di sabbia.
Si giocava ancora a nascondino, da noi detto trentun(o), a salterello, da noi detto a cavadducc(io), ad acchiappacompagni, da noi detta campagna, ad una specie di gioco delle bocce fatte con pietre ben levigate, da noi detto stacce, e a far rorotare un cerchio di ferro, da noi detto u nzirr(o), cosiddetto forse per il rumore del ferro sul terreno (zzzzz), aiutati da un piccolo attrezzo di ferro, u paranzirr(o).
Spesso come premio per i giochi si usavano i tappi di metallo delle bottiglie, i rut(u)ciedd(i) o le figurine dei giocatori di calcio.
Con i tappi si giocava a buttarli vicino al muro, da noi detto a tuzzamur(o) e vinceva chi li faceva ricadere più vicino ad una linea, o a farli entrare in un cerchio, indo u circh(io) con il minor numero possibile di colpi impressi dal dito pollice e dal medio e le ragazze vi facevano rustiche collane.
Con grande inventiva costruivamo monopattini, i taruocciul(i), con assi di legno e cuscinetti e scorrazzavamo per la polverosa strada.
Si andava in campagna, fora, con l’asino, u ciucc(io), considerato come un mezzo di trasporto e trattato con tutte le attenzioni, e col quale la sera si tornava a casa portando l’erba per i conigli o il il mais per le galline.
Con l’asino si andava anche a raccogliere la legna secca nei boschi, a fa a sarc(i)nedda, utile per accendere il fuoco d’inverno.
Gli arredi dell’asino erano: il cofano, u cofan(o), fatto con listerelle larche di legno e si appendeva a coppia ai lati del basto (varda) e la cesta fatta di salici intrecciati, a guara, che pure si appendeva alla sella in coppia.
I bambini nascevano rigorosamente in casa con tutte le carenza igieniche e sanitarie del caso.
Per questo motivo c’era una percentuale abbastanza elevata di morti infantili, infatti spesso si sentiva suonare la campanella per i bambini morti, ri murt(i)ciedd(i).
Fortunatamente questo adesso non succede più grazie all’assistenza ospedaliera.
Allora i neonati si fasciavano o più precisamente si impacchettavano stretti con lunghe fasce di stoffa, i fasciatur(i), e i malcapitati erano costretti a tenere una posizione più innaturale…che brutale sofferenza!…E meno male che i genitori ci volevano bene!
D’inverno le fasce si mettavano ad asciugare sopra delle specie di cupole di legno, asciu(g)atur(i), che a loro volta si metteva sul braciere, a vrasera.
Giocavamo per ore in mezzo alla strada con una palla di pezza o
con un “superflex” magari bucato e ricucito più volte artigianalmente.
Quanti vetri abbiamo rotto con conseguente precipitosa fuga per non essere individuati e per questo quante botte abbiamo preso dai nostri genitori!
A scuola scrivevamo con le penne ad inchiostro col pennino, ricordo il famoso pennino “a cavallotti”, e ricordo il buon bidello che ogni mattina riempiva d’inchiostro i calamai dei banchi, ci riscaldavamo vicino al braciere, a vrasera, a carbonella.
Dietro ai quaderni c’era stampata la tavola pitagorica, la famosa tabellina che tutti sapevamo perfettamente a memoria.
Ricordo in particolare la libretta, un quaderno con la copertina nera e con le file che delimitavano i righi colorate in rosso e portava alla fine un foglio di carta assorbente per asciugare l’inchiostro dopo aver scritto.
Avevamo un gran rispetto e timore per il “signor maestro”, ci alzavamo in piedi quando entrava e lo ricordavamo sempre nelle nostre preghiere serali.
Un affettuoso e commosso ricordo va al mio indimenticabile maestro Emilio Bosco, grande educatore e maestro di vita, e, da buon patriota qual era, ci ha inculcato anche i sani ed incrollabili valori della patria, facendoci cantare ogni giorno inni patriottici.
Portava, sì, la temuta bacchetta ma preferiva non usarla e farsi rispettare ed amare anzichè farsi temere.
Allora i genitori erano solidali con gli insegnanti e per noi, quando, spesso, le notizie da parte dei docenti non erano proprio lusinghiere sul nostro rendimento scolastico non c’era scampo e alla beffa seguiva sempre il temuto danno, mazzat(e).
Ricordo che un anno, quando frequentavo il Ginnasio, mia madre non mi fece partecipare ad una gita scolastica ad Ischia, cui tenevo molto per i primi approcci sentimentali, perché qualche giorno prima non aveva ricevute notizie esaltanti sul mio rendimento scolastico e, d’altra parte, quando le notizie invece erano buone, non mi faceva mai mancare una gratificazione economica o qualche regalino.
Solo ora riconosco che il suo metodo di educatrice è stato sempre impeccabile ed è servito per il mio rendimento scolastico futuro e per la vita (la carota e il bastone).
Ricordo anche che mio padre, quando frequentavo le elementari, solo dopo che avevo svolto rigorosamente i compiti, per premio mi portava nell’Ufficio postale, dove lavorava e che allora restava aperto tutti i giorni fino alle ore 19:00, mi faceva mettere i timbri, cosa di cui andavo orgoglioso e anche questo mi è servito per la vita e ancora oggi per me è un gran piacere quando ho la possibilità di mettere qualche timbro.
Allora, già dalla scuola media, si studiava veramente tanto, ma tanto davvero e non si era mai sicuri di essere promossi a giugno e spesso si era rimandati a settembre per sostenere l’esame di riparazione per le materie in cui si era stato insufficiente.
Oggi, invece, con la complicità della conquistata solidarietà da parte dei genitori, non sempre attenti, i ragazzi pur non studiando affatto sanno di essere sicuramente promossi a giugno anche perché la rimandatura a settembre è stata abolita.
Credevamo alla befana fino ad otto anni.
Si passava molto tempo all’aperto o in strada perché di sicuro non avevamo i video-giochi o internet o il PC.
Ricordo, anche questo con nostalgia, le botte che prendevo quasi ogni sera da mia madre quando si asfaltava la strada principale, a via nova, in quanto tornavo sempre sporco di bitume, ero diventato quasi un operaio alla giornata.
Allora i contadini spesso contavano le ore con il fischio del treno, in particolare della nostalgica littorina che passava a valle: c’era la littorina delle sette, delle nove e così via.
Spesso i nostri genitori andavano a fare la spesa il giovedì al tradizionale mercato di Sala Consilina, si partiva alle sette con la corriera, u pustal(e) r(e) Parasacc(o) che ritornava alle tre del pomeriggio con i pacchi più voluminosi legati sul tettuccio.
Allora la gente non si vergognava di andare in giro con i pantaloni con vistosissimi rinacci e riparazioni, cu i pezz(e) n’cul(o): con le toppe sul sedere o con le scarpe con visibili segni di più riparazioni.
Tutto questo non c’è più e tanto di questo spazio genuino e schietto è stato occupato da quella che poi è diventata la vera padrona di casa: la televisione e la gente ha così cominciato ad isolarsi nel proprio guscio davanti a questa finestra sul mondo che non sempre è stata portatrice di buone notizie o di buona educazione.
Ricordo il fascino e l’attesa delle prime televisioni.
Ci si riuniva al bar o in qualche casa più fortunata dove avevano avuto la possibilità di comprarla per vedere il “Festival di San Remo” o “Lascia o raddoppia” del compianto Mike Buongiorno, o “Il musichiere” con il bravissimo Mario Riva.
La differenza corre spontanea con i programmi più seguiti di oggi: “Il grande fratello”, “L’isola dei famosi”, “Beatifull”.
Ricordo nel 1960, durante le Olimpiadi di Roma, le prime trasmesse in televisione, la folla di sportivi che si riuniva a casa mia per vedere le imprese sportive.