A m(e)t(e)tura (La mietitura)
Il mietere, u met(ere), il grano e lo sgranarlo, a p(i)satura, era un lavoro di capitale importanza, vissuto quasi come un rito, in quanto rappresentava oltre alla riserva alimentare annuale anche la principale fonte di reddito della civiltà contadina fino a qualche decennio fa.
Comunque poche famiglie usavano il grano per fare il pane, perché in genere veniva venduto o dato al padrone per il fitto del terreno, mentre il pane per la propria famiglia veniva impastato con farina di granone, u pan(e) citr(o)n(e),pane giallo.
Quando il grano era maturo i contadini si affrettavano a mietetelo temendo che un improvviso temporale potesse rovinarlo.
Il lavoro cominciava quasi sempre verso la metà di giugno, incominciando dai terreni in pianura e si saliva poi in collina e in montagna verso la metà di luglio, inizio agosto in quanto più in alto la maturazione del grano avveniva più tardi.
Il lavoro iniziava all’alba, i contadini infilavano i cannidd(i) piccoli pezzi di canna alle dita della mano sinistra per non tagliarsi con la falce che impugnavano con la destra, e mietevano depositando a terra i ierm(i)t(i), mazzetti di grano, solitamente formati da tre-quattro manate.
Dietro i mietitori seguivano coloro che raccoglievano i ierm(i)t(i) e, dopo averli uniti in mazzetti di tre o quattro, li legavano con fascette di spighe con il gambo più lungo e abilmente intrecciati, all(e)àm(e) e formavano le gregne, i covoni.
Le gregne venivano poi riunite in cerchi sempre più piccoli verso l’alto formavano un altro mucchio l’ausiedd(i), le biche, o disposti in un certo modo particolare da formare le cosiddette mete, le biche, con la parte più alta inclinata come un tetto per parvi scorrere l’acqua piovana.
Le biche solitamente venivano formate vicino al luogo della p(i)satura.
A questi lavoratori veniva spesso portato acqua fresca con la ciarla, brocca di terracotta, attinta da un varlir(o), barile tenuto al fresco in una siepe.
Verso mezzogiorno arrivavano le donne con la cesta, a canestra, portata abilmente sulla testa con la spara, asciugamano arrotolata, o sul dorso dell’asino, con le cibarie solitamente aur(i)cchiedd(i) o fusidd(i)erobba r(e) puorc(o), salami o il prosciutto, che secondo la tradizione si iniziava proprio con la mietitura.
Il tutto veniva innaffiato con abbondante vino fresco.
Il pranzo veniva consumato, quando si era in pianura, in una specie di tenda montata con lenzuole, o in montagna all’ombra di un albero.
Dopo una breve sosta il lavoro riprendeva fino a sera.
Nei giorni successivi si preparava l’aria, l’aia, per la p(i)satura, la sgranatura.
Per tale compito veniva solitamente scelto un posto abbastanza ventilato,
Si puliva il luogo scelto, un luogo incolto, u sanizz(o), dalle erbacce c(u) u sarch(io), particolare zappa con la lama larga e tagliente e si formava uno spazio in terra battuta.
Sulla stessa aia più contadini facevano la p(i)satura.
Tipi di grano: cappella, grano duro per pane, molto alto con molta paglia;
mentuana, buono per pasta, con poca paglia e marzodda che si semina a marzo.
A p(i)satura
(La sgranatura del grano)
Era un lavoro pesante e, a volte, lento, perché, nella fase finale soggetto alla presenza di vento.
Sull’aria, l’aia, si disponevano per terra i covoni in cerchio con le spighe rivolte verso l’interno e si facevano calpestare molte volte da un paio di vacche o di asini o di muli che trascinavano una grossa pietra di tufo, u tuf(o), piatta appositamente modellata e rigata, atta a provocare la sgranatura delle spighe che venivano continuamente rivoltate c(u) furcon(e), grossa forca di legno.
Quando la paglia si era completamente sminuzzata e i chicchi staccati dalle spighe si incominciava a b(e)nt(e)là, a ventilare.
I contadini con la testa e le spalle coperte da sacchi piegati come cappucci, con i forconi buttavano in aria paglia e grano.
La paglia, così, più leggera, si depositava più lontano, riunita poi a formare i paliuol(i), mentre il grano cadeva sull’aia.
Se c’era il vento ovviamente questo lavoro era facilitato.
Dopo le donne procedevano a separare il grano dalla iosca, la pula usando u crivo(o), grosso crivello.
Anche questo lavoro era facilitato dalla prevenza di vento.
Poi si riunivano le scaglie, i spi(g)azz(i), pezzi di spighe non sgranate, si battevano cu a mazzoccula, bastone a forma di paletti dei vigili e si passavano nel criv(o), crivello, separando anche in questa fase il grano dalla pula.
Si misurava poi il grano col m(e)nzett(o), menzetto, recipente di legno usato come unità di misura del volume, mettendone due in ogni sacco per sapere quante tumm(e)n(e), tumoli, se ne erano prodotte.
Se il raccolto era stato in ragione di nu tumm(e)n(o) a spuppiedd(o), stoppello, in rapporto di 8 a 1, cioè per ogni stoppello di grano seminato se ne raccolgono 8 tumm(e)n(o), il contadino era soddisfatto.
Per avere la misura esatta si pesavano anche le scagl(ie) che venivano poi usate come becchine per le galline o ulteriormente sgranate con la mazzoccula, paletta di legno.
La paglia e la pula venivano poi trasportate dalle donne in grosse lenzuola annodati come un fangotto nella pagliera, vano sopra la stalla e con essa comunicante attraverso una botola.
Sulla porta della pagliera c’era sempre un uomo o un ragazzo che tirava dentro tale fangotto e la ammassava calpestadola per diminuirne il volume.
Lo stesso lavoro veniva fatto per la paglia che veniva ammassata separatamente e che doveva servire, durante l’inverno, p(e) mbaglià, cioè come lettiera per il bestiame.
Tutto questo lavoro veniva fatto generalmente in collaborazione di più contadini.
A scuppulatura ri grannin(ie)
(Taglio e sgranatura delle spighe di granone)
Un altro lavoro dei nostri contadini era quella ra scuppulatuta ri grannin(ie), la raccolta delle spighe di granone e liberarle dagli involucri.
Tale lavoro, svolto prevalentemente dalle donne, veniva solitamente praticato verso la fine di settembre, la prima quindicina di ottobre
Era un lavoro molto importante in quanto rappresentava il fabbisogno per il pane quotidiano perché i contadini mangiavano il pane di granone, u pan(e) giall(o) e perché veniva utilizzato come becchime per le galline e come alimento per ingrassare il maiale.
Il grano invece era venduto o dato ai padroni per il fitto del terreno.
Si andava presto nei campi a piedi o con l’asino con le guar(e),grosse ceste fatte di salici legate ai lati ra varda, del basto, nelle quali la sera avrebbero portato a casa insieme alle spighe, anche le zucche gialle, che insieme alle patate, al farinaccio di granone, u farr(o), e le ghiande, i cerz(e), sarebbero servite per ingrassare il maiale.
Il lavoro consisteva nell’aprire con le mani o con un pezzo di ferro, la parte superiore delle pannocchie, le bratte, i scuopp(o)l(i), tagliarle con un colpo secco dallo stelo, u stucch(io).
Poi si toglievano dalle pannocchie le brattee più bianche ed interne, che poi
sarebbero serviti, i cuopp(o)l(i) per riempire i materassi.
Si sceglievano poi le più sottili che sarebbero servite per arrotolere il tabacco di grosso taglio, il fomoso trinciat(o) forte) e farne sigarette e ciò lo facevano soprattutto i ragazzi per farne omaggio attan(o), al padre o a tatanonn(o), nonno, o fratelli maggiori.
Le più esterne e più scure restavano attaccate alla spiga per poterle legare e fare le trecce, i gnett(e) ed appenderle a robuste pertiche ad asciugare per poterle poi più facilmente sgranare, struculà, e si buttavano sui mucchi che si andavano costituendo nel campo.
Poi raccoglievano i vari mucchi i si portavano a casa o nelle guar(e) degli asini o in grossi sacchi di iuta.
Gli steli, gli stucch(i), si tagliavano in un secondo momento,venivano raccolti in fasci, legati nella parte superiore, e lasciati in piedi, praniedd(i) e venivano utilizzati o come alimento per le mucche o buttati nel fuoco.
Ovviamente anche durante questo lavoro si mangiava e beveva abbondantemente.
In autunno inoltrato quando le pannocchie erano ben secche si provvedeva a sgranarle, a struculà, a togliere cioè i grani dal torsolo, u strumuzz(o)c(o).
Di solito tale lavoro veniva fatto di sera intorno al fuoco da tutti i componenti della famiglia con qualche vicina di casa, evocando i bei tempi andati.
Per facilitare tale lavoro si riempiva un grosso sacco di iuta di pannocchie, si legava all’imboccatura e vi si batteva sopra con un grosso bastone nodoso affinchè i grani si staccassero anche se parzialmente dal torsolo.
Il resto della sgranatura veniva fatto a mano e per facilitare tale lavoro le persone più robuste impugnavano una pannocchia nella mano destra e un’altra nella sinistra e le sfregavano tra di loro imprimendo un energico movimento rotatorio in modo che i grani si staccassero dai strum(u)zz(i)ch(i), dai torsoli, che poi venivano buttati nel fuoco producendo una breve fiamma bianca.
Le donne e i ragazzi invece facevano roteare il torsolo intorno alla pannocchia.
Poi il granone veniva fatto asciugare su coperte stese al sole e poi si conservava nei cassoni, cascion(i), dai quali si prelevava con i sacchi e portato al mulino per farne farina per il pane.
A proposito di pane va ricordato che le donne per tempo facevano una buona provvista di foglie di castagno che venivano messe sulle pale di legno dove andavano poste le forme di pane prima di essere infornate perchè non attaccassero alla pala stessa.
Le panelle una volta sfornate venivano pulite dai residui di foglie di castagno e depositate nella fazzatora, perché si mantenessero fresche e morbide per più tempo.
Il pane giallo, u pan(e) citr(o)n(e), è stato il principale alimento per generazioni, mentre il pane bianco, pan(e) nett(o) si faceva solo nelle grandi occasioni.
Un vecchio proverbio diceva: s’è ridutt(o) a pan(e) r(e) gran(o), si è ridotto cosi male da dover mangiare solo pane bianco
A v(e)nnegna
(La vendemmia)
Mentre la mietitura era considerato un lavoro di estrema importanza, quasi un rito, la vendemmia, invece, era considerata quasi una festa popolare, svolta in allegria, con spensieratezza, con scambi di battute a volte anche un po’ anche spinte.
Anche i canti che accompagnavano la mietitura erano seri, mentre quelli della vendemmia erano allegri e impostati sulla allegria, rappresentavano uno il pane e l’altro il vino, la serietà e l’allegria.
Il vino era sì considerato necessario ma non essenziale come il pane.
La raccolta dell’uva era preceduta da tutto un lavoro preparatorio inda u vuttar(o), in cantina.
S(i) tufav(a)n(o) i tini, le botti e le tinozza, i ruagn(i).
Si bagnavano, cioè, tutti i recipienti di legno in modo che le doghe rigonfiassero con l’umidità e non permettessero la fuoriuscita del mosto.
Si preparavano grossi cesti fatti con robusti salici bagnando anche questi e quindi si fissava il giorno per la raccolta, che come la mietitura, spesso si faceva in collaborazione tra più produttori.
Lungo ogni filare di solito c’era una coppia di raccoglitori che staccava le pigne dai tralci con coltelli o piccole forbici da potatura, si riempivano i cesti che poi si svotavano nei tini, se la pigiatura veniva effettuata sul posto o nei cofani, recipiente cilindrico costruito con doghe di legno tenute insieme con cerchi di ferro, se l’uva doveva essere portata in paese.
In quei giorni per le stradine di campagna era un via vai di animali che si incrociavano, chi carico e chi scarico, a volte un solo conducente conduceva più animali, spesso cantando allegramente.
Lungo questo percorso c’era necessariamente un punto dove ci si fermava sempre, perché gli animali avevano necessità di orinare, e s’imputav(e)n(o), non volevano andare né avanti né indietro sempre allo stesso posto.
Nella vigna intanto si svolgeva la parte più allegra della vendemmia.
Si raccoglieva l’uva con canti e racconti di storielle, a volte si corteggiavano ragazze, che solo in quella occasione avevano l’opportunità di stare insieme ai ragazzi.
Tanti amori e fidanzamenti sono sorti proprio in quelle occasioni.
La tradizione voleva che durante il taglio delle pigne d’uva se ne scegliessero le più belle per fare i cosiddetti pienn(u)l(i) da appendere in cantina da conservare fino a Natale o all’uccisione del maiale.
A volta i pienn(u)l(i) erano legati a mazzetti con un salice e, messi in un cesto, mandati in regalo a famiglie amiche, comunque se ne offriva un mazzetto a tutte le persone che partecipavano alla vendemmia.
Verso mezzogiorno si mangiava tutti insieme in un posticino appartato sempre in allegria.
Una volta pigiata l’uva nella tina, rigorosamente con i piedi, e, trascorsi i tradizionali otto-dieci giorni per la fermentazione, il mosto si travasava dalla tina nelle botti.
Si spremeva quindi col torchio la vinazza a string(i)tura, la vinaccia, dalla quale usciva un vino forte ed asprigno, che a volte si mischiava con vino e altre volte si conservava separato.
A volte alla str(i)ng(i)turara si aggiungeva acqua facendo anche l’acquata roc(e).
Quando la vinaccia era tolta dal torchio le massaie recuperavano i aridd(i), i vinaccioli, e insieme al granone lo davano come becchine alle galline, che si credeva così facessero più uova.
Accota ri gguliv(e)
(La raccolta dell ulive)
L’ultimo raccolto dell’anno era quello più duro, la raccolta delle olive.
Coincideva spesso con la raccolta r(e) cerz(e), delle ghiande, e cominciava solitamente dopo Santa Lucia, il 13 dicembre, e proseguiva fino alla fine di gennaio, inizio febbraio.
Era quasi sempre svolta dalle donne che si raccomandavano fin dall’estate presso i propretari per essere assunte per la raccolte delle ulive e a volte dei proprietari senza scrupoli approfittavano delle ragazze con la promessa di farle lavorare.
Per la raccolta delle ulive si usavano due sistemi di pagamento: a giornate, a iurnata o a misura, m(i)sura ma quello più usato era quello a misura, più vantaggioso per il padrone che così poteva imbrogliare sulla misura del raccolto.
Per circa due mesi negli oliveti si vedevano decine di raccoglitrici chi a ac(e)nià, a raccogliere ad acino ad acino per terra quella cadute, chi sui rami a staccare i frutti dai rami, metendolole in paniere di vimini, u panar(o), appeso ad un ramo e che poi svotavano in un sacco più grande.
Al mattino presto lasciavano la propria casa avvolte in vecchie giacche dei mariti o fratelli per ripararsi dal vento di tramontana con rudimentali scale di legno e con lunghi bastoni terminanti a uncino, a ngin(o).
A sera rientravano con gli stessi arnesi ma con un grosso sacco di ulive raccolte sulla testa.
Per una giornata di lavoro intenso e svolto al freddo ricevevano il più delle volte un compenso pari ad un terzo di litro d’olio per ogni tomolo di olive raccolte, praticamente ricevevano 1/24 del frutto raccolto, e le donne che superavano il tomolo erano sicuramente poche.
Se il clima era mite e non m(e)nava a voria, non soffiava la bora le donne cantavano.
Nei nei giorni più freddi, si racconta, si vedevano quà e là spirali di fumo e dei focherelli in cui le donne riscaldavano i pret(e), delle pietre che poi mettevano nella sacchetta per riscaldarsi le mani.
E a sera quando tornavano nei sottani dei padroni dovevano stare attente alla misura per non essere imbrogliate, in quanto a volte il padrone teneva u m(e)nzett(o) fauz(o), il mezzetto falso, truccato e il più delle volte tacevano per non correre il rischio di essere licenziate e perdere così anche u bast(o), il bastante d’olio per la propria famiglia per tutto l’anno seguente.
Ciò dimostra lo stato di necessità e di indigenza di quei tempi.
Purtroppo a patire il freddo di tale raccolta a volta erano anche ragazzini.
E queste donne, pur fiaccate dal duro lavoro e sfinite dal freddo, a sera rientravano a casa portando sulla testa pesanti sacchi di olive, ma lo facevano con passo deciso, sicuro, sorrette da un segreto intimo orgoglio, da una sfida e da una speranza per il futuro, quasi certe di un cambiamento futuro.
Non avremmo mai dovuto dimenticare troppo facilmente i tanti sacrifici fatti dai nostri antenati per lasciarci una realtà dignitosa.
U trappit(o)
(Il frantoio)
Le olive raccolte venivano portate al trappit(o), al frantoio per la molitura e trasformazione in olio.
Le olive, dopo essere state pesate, venivano messe nel piatto della molitura, dove un asino o un mulo o un bue con i parauocch(ie), i paraocchi per non fargli venire le vertigini, legato all’assse orizzontale della macina di pietra la faceva girare molto lentamente fino a che le olive non fossero diventate una poltiglia, a pasta.
Ad ogni paio di giri fatti dall’asino nu trapp(e)tar(o), un operaio del frantoio con una grossa pala di legno rivoltava la pasta nel piatto e la metteva sotto la macina che, a volte, per mancanza dell’asino, era fatta girare da due uomini a forza di muscoli.
Con la poltiglia poi si riempivano i fiscul(i), contenitori circolari fatti di corda e si infilavano nell’asse del torchio fino ad arrivare ad un’altezza stabilita.
Poi cominciava il lavoro di torchiatura fatta a braccia da due trappetar(i), uno da una parte e l’altro dall’altra che, cadenzando il ritmo con il noto oh-oh, azionavano le leve del torchio.
A tale lavoro erano adibiti i più robusti e i più giovani.
Di tanto in tanto sulla pila dei fiscol(i) si versava un secchio d’acqua bollente, che nel frantoio non mancava mai, e il tutto, acqua ed olio scendeva in una specie di vasca accanto al torchio.
Quando i fiscoli non gocciolavano più il capo operaio sedeva vicino alla vasca e c(u) a patena o l’ang(i)l(o), una piccola lamina infossata, abilmente separava l’olio dall’acqua.
L’acqua residua veniva raccolta in un altro grosso contenitore, u p(e)zzent(e), che di tanto in tanto veniva svuotato, dopo aver raccolto il residuo di olio.
Terminata la torchiatura u muzz(o), la sansa, si depositava in un apposito locale e dopo qualche giorno veniva di nuovo torchiata e l’olio che se ne ricavava veniva divisa tra tutti gli operai del frantoio.
Dopo di che la sanza veniva usata come combustibile.
Generalmente in un frantoio lavoravano sempre gli stessi operaio e lo stesso capo.
Il trapp(e)tar(o), con il suo inconfondibile abbigliamento, unto e bisunto, pieno di toppe, pezze che coprivano gli strappi, che avevano fatto perdere la sua tinta originale, con il capo coperto da luridi cenci come cappelli o berretti, il volto sporco di grasso e di fumo, spesso lo si incontrava per le viuzze del paese con i sacchi di olive sulle spalle o con le ramer(e), contenitori di rame, piene d’olio, camminare con estrema cautela per non scivolare sui ciottoli dei carrar(i), sentieri.
Il frantoio era un locale caratteristico, sempre pieno di fumo in quanto non aveva camino, però nel quale era piacevole passare delle ore.
Ricordo con grande nostalgia le saporitissime fruscedd(e),fette di pane abbrustolito con olio fresco sopra o le patate arrostite riuscite a carpire la sera, quando tante persone vi si riunivano per parlare dei bei tempi andati scolando qualche bottiglia di recente vino.
U puorc(o)
(Il maiale)
Un tempo allevare un maiale era una bella usanza di quasi tutte le famiglie soprattutto contadine, ma non solo, anzi era una vero e proprio investimento in quanto del maiale si utilizzava tutto e costituiva la base alimentare durante tutto l’inverno.
Quando si doveva ammazzare il maiale la sveglia era data alle tre o quattro del mattino tra la gioia dei ragazzi e un uomo della famiglia con la lanterna andava a chiamare tutti coloro che dovevano aiutare nella lavorazione.
Intanto le donne con qualche parente erano sveglie già da un bel pezzo per i preparativi, il primo di tutti era quello di accendere un gran fuoco sotto a caurara, un caldaione dove mettevano a bollire l’acqua che doveva servire per pelare il maiale.
Quest’operazione, se il tempo era buono era svolta all’aperto.
Quando l’acqua bolliva, si prelevava il maiale ra u stier(o), dal porcile e lo spingeva vicino al fuoco, gli si legava il muso cu nu zucariedd(o), con una funicella per motivi di sicurezza, e tre o quattro persone lo sollevavano di peso e lo rovesciavano di peso sopra uno scanno, a scannedda ru puorc(o) basso e robusto con la testa penzoloni.
Uno degli uomini, il più esperto, lo scannava con l’apposito coltello lungo, u scannatur(o), mentre gli altri uomini lo tenevano fermo con grande sforzo, per vincere i grandi strattoni che l’animale, ferito a morte, sferrava, mentre un ragazzo, il più piccolo, gli teneva la coda.
Intanto una donna raccoglieva in una pentola, a tiella, il sangue che usciva a fiotti dalla gola squarciata e lo girava continuamente sempre dallo stesso verso con le mani o cu a rema, cucchiaia di legno, per evitare che il sangue coagulasse subito rendendo così impossibile la successiva preparazione del tradizionale sanguinaccio, a sanguinaccia.
Quando il maiale era ormai morto dopo che aveva svegliato tutto il vicinato con i suoi potenti strilli, lo si faceva cadere nella fazzatora, un’apposita robusta madia di legno e lo si pelava con l’acqua bollente, radendo il cuoio con appositi coltellacci prima da un lato e poi dall’altro.
Ricordo che spesso i calzolai erano presenti e con un mestolo rasavano la schiena del maiali per accaparrarsi le setole più dure da usare come ago per cucire le scarpe o per farne pennelli.
Dopo aver staccato gli unghioni con acqua calda e punta di coltello, si scoprivano i tendini delle zampe posteriori dove si infilavano le estremità ru (g)ammier(e), un robusto attrezzo di legno a forma di semiarco, e, legato ad una robustissima fune che scorreva spesso su una rotella di legno e lo si appendeva ad una grossa trave.
Lo si lavava poi prima con acqua calda poi con acqua fredda e lo si asciugava con un panno ruvido fino a diventare bianco e si cominciava quindi a sezionarlo.
Gli veniva per prima cosa tagliata la testa, che poi ben lavata e priva di sangue, veniva esposta alla finestra con un limone in bocca.
Si tagliava poi la pancetta, a vendresca, lunga striscia di cuoio grasso, delimitata dalla fila dei capezzoli a cominciare dalla divaricazione delle zampe posteriore per finire tra le zampe anteriori.
Poi si squartava dall’alto in basso per estrarne tutte le interiora ad iniziare dalla vescica che, svotata e lavata, veniva subito gonfiata.
Si asportavano quindi il fegato, il cuore e il polmone che pure veniva subito gonfiato a bocca, la trippa e la massa intestinale.
Gli intestini venivano subito messi in un apposito recipiente, a vrasera, e portati immediatamente da tre o quattro donne al fiume per poter essere accuratamente lavati con farina di granone e bucce d’arancia.
Dopo di che gli intestini venivano lavati, rilavati, rivoltati e ripuliti del grasso con un apposito bastoncino ben levigato, nu zippar(o) r(e) sal(i)c(e), in una tacca del quale si facevano sfilare e venivano posti in un apposito cestino.
Questo lavoro che era il più difficile e veniva svolto dalle donne più esperte con le più giovani perché imparassero.
Intanto a casa proseguiva il lavoro di sezionamento con il taglio dei pezzi di lardo (sei), che venivano poi misurati con uno spago, dei prosciutti, dei capicollo, della pancetta, delle spalle, della pancetta e delle costole.
Più il lardo era doppio e più si era contenti perchè con la pancetta e la sugna rappresentava il condimento principale per tutto l’anno per tutta la famiglia.
Tutti i pezzi di carne tagliati venivano messi a terra su un’apposita tovaglia precedentemente distesa perché la carne raffreddasse per bene per fare i salami l’indomani.
Altre donne restavano a casa per preparare la colazione che non doveva mai essere consumata prima che il maiale fosse appeso e il pranzo che non doveva mai essere consumato prima che arrivassero gli invitati e che le donne fossero tornate dal fiume dopo aver lavato gli intestini.
Generalmente il pranzo consisteva in carne e maccheroni, mienz(i) zit(i), per secondo si usava carne di pollo o di coniglio, preparati il giorno precedente, cucinate nel ruot(o), nellateglia con le patate.
I propretari di animali generalmente ingrassavano un agnellone per tale occasione.
Il vino scorreva a fiumi e non mancava mai la frutta, castagne e noci.
Le donne sparecchiavano e lasciavano sul tavolo solo la frutta, u cas(o)cavadd(o), il caciocavallo e naturalmente il vino.
A sera non mancava quasi mai l’organetto per allietare la serata e tutti poi si ritiravano un po’ brilli.
A volte si preparava una tavola a parte per i ragazzi.
I nonni erano tenuti sempre in grande considerazione e al centro di tutte le attenzioni.
Quando gli ospiti salutavano i padroni di casa solitamente dicevano: nat(i) cient(o) e mangiat(e)vell(o) cu a salut(e), altri cento e mangiatevelo con buona salute e i padroni rispondevano: nziem(e), insieme.
Molto spesso si regalava ai parenti e agli amici più stretti un assaggio, a purzion(e) di varie parti del maiale, certamente non mancava un pezzo di polpa, qualche costoletta, una fetta di fegato, un pezzo di polmone, una striscia di cotica, un pezzo di lardiedd(o), di lardo, e un piattino di sanguinaccio, il tutto in un piatto fondo racchiuso in un tovagliolo, inda nu stiavucc(o) e si diceva: vamm(o) purtat(i) a assaggià u purc(o) nuost(o), e sul(o) na pruvatura, vi abbiamo portato ad assaggiare il nostro maiale, è solo un assaggio.
Il giorno dopo di buonora si incomincia la lavorazione della carne per fare i salami.
Si separava accuratamente la carne per le sauzicch(ie), salsicce e quella per le subb(e)ssat(e), soppressate, la si tritava a pezzettini con coltello affilatissimo, vi aggiungevano dei pezzetti di lardo, si aggiungeva il sale e si cominciava a riempire gli intestini per le salsicce usando un piccolo apposito imbuto, u mut(o) p(e) sauzicch(ie), per le soppressate non serviva l’imbuto in quanto l’intestino era più largo, quini si mettevano a terra su un lenzuolo.
Ricordo con piacere un particolare tipo di salsiccia a nnoglia, salsiccia grassa per l’aggiunta di tutti i ritagli di carne scartata e di abbondante peperoncino piccante, ottima al sugo e u vuccular(o) (il guanciale).
Si salavano poi il capocollo, la pancetta e il prosciutto e si appendevano su una lunga pertica in un luogo ben ventilato per la stagionatura.
Un altro lavoro pesante era la preparazione dell’und(o), la sugna.
Si mettevano nella caurara, grossa caldaiaa bollire pezzeti di lardo, quando erano quasi sciolti, si passano attraverso lo schiacciapatate e la sugna liquefatta si metteva nei vasett(i), contenitori generalmente di ceramica, a raffreddare e a solidificare.
Anche i salami si potevano conservare inda l’und(o), nella sugna.
I resti della spremitura, i cicul(i) venivano conservati e mangiati con il pane o aggiunti alla farina per fare il pane, u tortan(o).
L’ultimo lavoro era la preparazione della sanguinaccia, il sanguinaccio.
Si bollivano prima le ossa del maiale e il brodo di metteva una caurara, caldaia, a bollire, vi aggiungeva pane grattugiato, il sangue del maiale, cioccolato fondente, frutta candida e zucchero e si girava sempre nello stesso verso per oltre due ore, e i bambini, che inevitabilmente stavano interno, avevano il compito di saggiare se era buono di zucchero.
Si faceva anche la gelatina, a ng(e)latina facendo bollire brodo di ossa di maiale con pezzetti di cutica e altri tipi di carne, si lasciava raffreddare e si mangiava fredda con una foglia di lauro.
Foglia di lauro che si usava pure per arrostire il fegato arrotolato e chiuso dal peritoneo, a zeppa.
Molto spesso si faceva anche il sapone, u sapon(e) p(i) pann(i).
Si mettevano a bollire sugna, soda, e del sapone in polvere boro talco, per profumare il tutto, si versava in un grosso recipiente, si faceva raffreddare e si tagliava a pezzi.
Ovviamente per fare tutti questi lavori non esistevano regole ben presise o dosi prestabilite ma tutto veniva fatto per esperienza.
I bbuttigl(ie)
(Le bottiglie di pomodoro)
Un altro lavoro casalingo era la lavorazione di pomodori per estrarne il succo da conservare in bottiglie da utilizzare per fare la salsa.
Quando i pomodori erano abbastanza maturi, ci si alzava presto la mattina, si mettevano in una bagnarola, catino di ferro e si lavavano per bene.
Si acendeva un gran fuoco e si mettevano a bollire i pomodori.
Poi si riversavano in un altro catino e lasciano raffreddare un po’.
Quindi si passavano per i setacc(io), setaccio, due o tre volte.
Poi c(u) nu cuozz(o), con un pentolino si riempivano le bottiglie attraverso u mut(o), un imbuto.
A volte si riempivano le bottiglie con la bocca più larga con i pomodoro tagliati a spicchi.
Vi si aggiungeva un’immancabile foglia di basilico per rendere il prodotto ben profumato.
Poi si passava a tappare le bottiglie cu a macchinetta p(e) ghiuppulà, un piccolo attrezzo di legno, nel quale si mettevano i zufar(i) tunn(i) o quadrat(i), i tappi di sughero rotondi o quadrati, dopo essere stati passati nell’olio per renderli più morbidi e lubrificati.
Con martello si batteva sulla macchinetta e il tappo entrava nel collo della bottiglia che era tenuta su uno spesso straccio per attutire i colpi.
Poi le bottiglie venivano legate c(u) u zucariedd(o), con lo spago in un modo particolare e messe con cura in un grossa caurara, caldaia a bollire, da cui venivano tolte quando erano completamente raffreddate.
Ancora più anticamente il passato veniva steso su un largo contenitore di creta e si faceva stare per qualche giorno al sole, con l’igiene che lasciava molto a desiderare, per le inevitabili mosche che vi ronzavano attorno.
Poi, concentrata al massimo, a cunserva, veniva raccolta e conservata in boccacci di vetro.
Le scoc(e)n(e), quello che restava dopo il setacciamento dei pomodori venivano dati alle galline o usati come concime.
A masciata
(La richiesta di matrimonio)
La richiesta di matrimonio, a masciata, generalemente si faceva fare dal giovane ai familiari della ragazza prescelta da una terza persona seria, adulta, amica o parente, quasi come suo garante.
Chiaramente prima di fare la richiesta il giovane si era informato, anche se non ufficialmente, se fosse gradito alla ragazza.
Questo compito esplorativo-diplomatico generalmente era affidato ad una comune amica o ad una sorella del giovane, amica della ragazza.
A volta la richiesta veniva fatta senza che la ragazza ne fosse assolutamente a conoscenza per farla trovare difronte al fatto compiuto.
Ricevuta la masciata i genitori della ragazza, pur dichiarandosi onorati della richiesta, si riservavano un certo lasso di tempo per dare una risposta.
Una volta accettata la chiesta il giovane era ammesso a frequentare la casa della ragazza, ma rigorosamente nei giorni e nelle ore stabiliti dalla consuetudine, cioè sempre di sera quando i genitori di lei erano rientrati dal lavoro e nei giorni di giovedì e di domenica, negli altri giorni era vietato al giovane frequentare la casa della ragazza.
Se il giovane casualmente si trovava a passare sotto la casa della ragazza, poteva al massimo scambiare qualche parola fermandosi per qualche attimo.
Nelle ore di visita i giovani non potevano mai stare seduti vicino e nemmeno di fronte per non incrociare lo sguardo e tra loro si sedeva sempre qualche familiare e non dovevano mai parlarsi sottovoce.
Per poter ufficializzare il fidanzamento i genitori del giovane dovevano recarsi a casa della ragazza, ovviamente dopo aver preannunziato per tempo la visita.
Una volta espletata questa fase preliminare iniziava una fitta rete di incontri e rapporti tra le due famiglie e i rispettivi parenti.
La ragazza veniva allora fatto segno di continue premure e cerimonie convenzionali da parte dei parenti di lui soprattutto dalle sorelle.
La domenica, quando si andava a messa,0 la ragazza era sempre accompagnata dalla suocera e da una sorella o zia, perché doveva smpre essera accompagnata da due persone.
Anche i fratelli e i cugini del ragazzo prestavano molte attenzioni alla futura sposa.
In occasioni delle feste religiose paesane, era fatto obbligo al giovane di portare alla fidanzata u cartocc(io), un pacchetto contenente torrone, noccioline americane, andriti, noccioline al forno infilate come una collana, cupeta, dolce durissimo fatto di cioccolata e di nocelline americane che aveva sempre la forma di una donna con le mani ai fianchi.
Il cartoccio, avvolto in carta bianca e legato con un nastrino, doveva rigorosamente essere consegnato nelle mani della fidanzata che accettava ringranziando e parte di esso doveva essere consumato insieme con i familiari del giovane in occasione di una prossima visita.
La domenica delle palme il ragazzo doveva regalare alla fidanzata un rametto di ulivo a volte confezionato e dipinto generalmente d’oro o d’argento.
Il ragazzo faceva spesso e in ogni ricorrenza regali alla zita, fidanzata, come un cestino estrosamente intrecciato con vimini bianchi o colorati con i bordi smerlati da usarsi come contenitore per il necessario per cucire o ricamare o per fare la maglia.
Per la prima visita dei genitori del giovane alla famiglia di lei si portava sempre un regalo, generalmente un taglio di stoffa per un vestito che però veniva cucito solo dopo che gli sposi avienn(a) rat(o) parola, dopo cioè che avevano scambiato ufficialmente la promessa e non potevano più venir meno alla parola data.
Prima del matrimonio le due famiglie si riunivano per stabilire quanto ogni famiglia doveva portare ai futuri sposi.
Tale accordo, u patt (o) r(e) rot(e), che comprendeva terreni, bestiame, denaro, mobili corredo era legalizzato qualche settimana prima del matrimonio davanti al notaio con la stesura delle condizioni.
Non raramente il matrimonio andava a monte per una sciocchezza, per un maialino, per una capra, una dozzina di sedie.
U matromon(io)
(Il matrimonio)
Dopo un certo periodo di fidanzamento lo sposo accompagnato da genitori e parenti più stretti portava in dono l’anello di fidanzamento alla ragazza.
In quell’occasione anche i genitori e i parenti più stretti le facevano un regalo
consistente generalmente in oggettino d’oro e d’argento.
La cerimonia si concludeva con l’invito a pranzo dei parenti del ragazzo e conseguente festicciola.
Il regalo più importante solitamente era un colliere d’oro con relativo ciondolo.
E solitamente in quell’occasione si stabiliva anche la data delle nozze che il più delle volte si faceva cadere di domenica.
Anticamente il giovedì precendedente il matrimonio si trasferiva in casa dello sposo tutto quanto era stato stabilito nel contratto.
Venivano pubblicamente portati il corredo, materazzi, federe, asciugamano, camicie, sottane, tovaglie da tavola, tovaglioli, coperte, a (m)buttita, la coltre, pesante coperta imbottita di lana.
Seguivano utensili vari, tielle, tegami, sartanie, padelle, piatti, bicchieri, tazzine, posate, recipienti di rame, il braciere, caldaie, coperchi di varie misure, a fazzatora, la madia per fare il pane, u quadr(o), un ripiano in legno per impastare la farina, u laanatur(o), il matterello, a spasa, cesta di vimini senza bordo, sei o dodici segg(e), sedie, u c(e)rnicc(io), il setaccio, u iatatur(o), il soffiatore per accendere il fuoco, vari attrezzi per il fuoco, a volte a pranna, una giara di terracotta piena d’olio, eccetera.
Seguivano infine gli animali, galline, maialini, capre, conigli.
Lo sposo accettava e firmava ai familiari dalla sposa regolare ricevuta e a sera si faceva baldoria tra amici come un addio al celibato.
Il giorno del matrimonio lo sposo con il compare, i genitori e gli amici più stretti si recava a casa della sposa e da li si formava il cortea nuziale.
La sposa era quasi sempre accompagnata all’altare dal padre o, in mancanza, da un fratello sposato che solitamente faceva anche da compare d’anello.
Lo sposo seguiva subito dopo a braccetto della madre della sposa o dalla comare di anello.
Il più delle volte, però, la sposa era accompagnata dal compare d’anello seguita dallo sposo accompagnata dalla comare.
A queste coppie seguiva il padre della sposa con a braccetto la madre dello sposo, seguiva poi il padre dello sposo a braccetto con la madre della sposa.
Seguivano poi le coppie dei fratelli e sorelle delle due famiglie.
Se la sposa era accompagnata all’altare dal padre la madre della sposa faceva coppia con il fratello dello sposo e i due compari facevano coppia tra loro.
Quindi seguivano in corteo tutte le altre coppie di invitati.
Quando gli sposi uscivano dalla Chiesa parenti ed amici ma soprattutto compare e comara provvedevano al lancio di confetti colorati e monetine tra la gran confusione di ragazzini che si tuffavano letteralmente per accaparrarsi il numero maggiore di confetti e monetine.
Generalmente a casa dello sposo, dove la sposa entrava per la prima volta, iniziava il banchetto nuziale, che durava fino a tardi e solitamente gli sposi mangiavano nello stesso piatto.
A volte il matrimonio si celebrava di pomeriggio e la cerimonia si svolgeva in una casa appositamente presa in prestito e preparata per l’occasione.
Ricordo le donne che portavano sulla testa le sedie pure prese in prestito da altre famiglie.
Dopo che tutti gli invitati avevano preso posto passava una persona con un grosso vassoio pieno di dolci secchi che offriva agli invitati.
Dopo di ciò passava un’altra persona che portava i liquori già pronti nei bicchierini e si ripeteva il passaggio dei dolci secchi e dei liquori.
Quindi finalmente passavano le paste con la crema, uno a testa e ai bambini uno piccolo.
Poi ripassava il liquore.
Poi passavano gli sposi, lo sposo con un contenitore pieno di confetti e la sposa con una paletta li offriva a tutti.
Si racconta che le ragazze da marito attendevano questo momento perchè ad ogni confetto, si diceva, corrispondeva un anno da aspettare prima di sposarsi.
Ad un certo momento della cerimonia gli sposi, fra un applauso generale, aprienn(o) u bball(o), aprivano le danze esibendosi da soli al suono di organetto e di chitarra, in una tradizionale tarantella che allora era considerato il ballo ufficiale di tali cerimonie, però potevano anche esibirsi in qualche valzer, polka o mazurca.
Poi veniva il turno dei compari e i genitori degli sposi che a volte si scambiavano il partner.
Dopo di ciò il ballo era aperto a tutti.
A volte le ragazze ballavono con altre donne o con i propri fratelli e gli uomini con altri uomini.
La festa solitamente terminava a mezzanotte.
L’indomani il letto nuziale andava rifatto rigorosamente dalle mamme degli sposi, anche per costatare l’esito della nottata.
La sposa per una settimana doveva rimanere a casa vestita a festa a ricevere visite.
La domenica successiva gli sposi accompagnati dai genitori, compari d’anello e parenti più stretti andavano a Messa e poi si ritrovavano tutti a pranzo, ponendo così fine alla s(e)tt(i)man ara zita, la settimana della sposa.
L’indomani la vita cominciava a scorrere normalmente con tutti le sue problematiche e le sue gioie.
U lutt(o)
(Il lutto)
Quando in una famiglia si verificava un triste evento di un lutto per molti giorni non si cucinava e i parenti a cominciare dai più stretti provvedevano a portare il pranzo e la cena, u cunsulaz(io).
Il pranzo generalmente era costituito da carne e maccheroni, caciocavallo, vino e frutta e veniva portato in grosse ceste, u canist(o), ricoperto da tovaglie bianche.
La tradizione voleva che si doveva portare anche tutto il necessario per servirlo e mangiarlo: piatti, bicchieri, posate, tovaglie, tovaglioli perché a casa del defunto non si doveva toccare niente.
I turni dei pranzi poteva durare fino a quindici giorni.
I familiari che abitavano fuori si riunivano per il pranzo.
I turni tra i parenti erano ovviamente concordati.
Il lutto comportava l’osservazione di tante severe regole per non essere criticati dalla gente del paese ed essere tacciato di essere ssamurat(o), disamorato.
Gli uomini ad esempio non si radevano la barba per settimane o addirittura per qualche mese, le donne non si cambiavano le vesti per mesi, non si metteva u quadr(o), il legno su cui si faceva la pasta di casa e né si cucinava quella comprata che era sinonimo di festa.
L’uomo che non portava la camicia nera almeno per un anno era criticato aspramente.
Le vedove e le mamme dovevano portare il lutto, vestire cioè di nero, per tutta la vita, si faceva eccezione per le madri di morti neonati.
Gli altri adulti toglievano il lutto solo quando si sposavano.
Si racconta che ancora più anticamente gli orecchini delle donne in lutto erano fasciati con un pezzo di seta nera non lucida e al collo portavano un medaglione con la foto del defunto.
La testa doveva essere sempre ricoperta da un grosso fazzoletto nero, che annodato sotto il mento, copriva il volto e le spalle dovevano essere ricoperte da uno scialle nero.
Anche il pranzo quando si ammazzava il maiale si riduceva a pasta e fagioli e non aveva il clima festoso e la porta doveva essere rigorosamente chiusa.
Il occasione delle feste importanti o patronali i familiari del defunto non uscivano, o se proprio dovevano farlo per andare in campagna, evitavano attentamente la piazza principale o dove si svolgeva la festa.
Appena a casa, si chiudevano dentro e andavano a letto presto.
Queste regole dovevano essere osservate anche dai ragazzi
Antichi mestieri e ambulanti
I liunar(i)
(I legnaioli)
In ogni paese c’era sempre un certo numero di persone che dalla primavera e per tutta l’estate fino ad autunno inoltrato, non avendo altri alvori da svolgere, si recavano nei boschi a raccogliere legna secca.
C’era chi lo faceva con gli animali, l’asino o mulo, e chi a spalla.
Le donne si riunivano prestissimo e partivano insieme con i piedi fasciati con stracci e si recavano in montagna attraverso sentieri segnati dai pastori, raccoglievano la loro brava sarc(e)na r(e) fascedd(e), fascio di rami secchi, e tornavano a casa fiaccate dalla fatica e madide di sudore verso le otto o le nove e potevano così badare alle altre faccende di casa e cucinare.
Nonostante tutto durante questo immane lavoro cantavano spesso canzoni d’amore.
Altri invece andavano con animali.
La legna raccolta era venduta a canne, misura volumetrica pari ad una catasta di m 4.24 x 1.6 x 1.6.
Il pagamento era fatto in denaro o in natura, scambiando con altre cose necessarie, era il cosiddetto baratto.
Si poteva anche prestare l’animale ad altra persona che doveva versare la metà della legna raccolta, a mm(e)tera.
I liunar(i), i legnaioli dovevano anche pagare al comune una tassa, la cosiddetta fida legna per poter raccogliere la legna nei boschi comunali, altrimenti si correva il rischio di finire in Pretura.
La fida aveva la durata di dieci giorni rinnovabile dopo una interruzione di cinque-sei giorni.
La legna raccolta in questo modo doveva servire solo per uso personale e non poteva essere venduta, e i guardaboschi erano sempre in agguato.
U cravunar(o)
(il carbonanio)
Per fare i carboni i carbonai facevano una grande casta di legna, u catuòzz(o), disposta a cono, la si copriva ermeticamente con terra e muschio, si lasciava solo un buco al centro in alto e qualche altro buco ai lati e si dava duoco.
Se il procedimento non era eseguito a regola si raccoglieva solo cenere
U frav(i)cator(e)
(Il muratore)
L’operazione più interessante era quello di preparare la calce.
Si costruiva prima la fornace, a carcara, di pietra a forma cilindrica con una sola porticina.
Si disponevano le altre pietre dentro la fornace aderenti ai muri in modo rientrante da formare in alto una cupola.
Attraverso la porticina si metteva e si accendeva la legna, soprattutto frasche secche che dovavano fare la fiamma, a vambata.
Per capire se le pietre erano pronte si spingeva una sbarra di ferro dall’alto per vedere se incontrava resistenza.
Quando le pietre erano raffreddate si portavano in una specie di vasca, a fossa,
che avevano prima preparato e delimitato con tavole, vi si versava l’acqua per stemprare le pietre che così entravano in ebollizione formando un composto uniforme.
Quando si raffreddava lo si copriva con la sabbia e così si conservava pronta per l’uso.
Quando serviva se ne prendeva una certa quantità, si impastava con acqua e sabbia con un arnese a forma di zappa, a zappa, fin quando non diventava un’amalgama perfetta, u caucianar(o) e si utilizza come collante tra le pietre.
La cauc(ia) mustedda era una calce in polvere usata come disinfettante di pollai ecc
Ricordo che generalmente le donne portavano sulla testa le pietre nei cofani.
U scarpar(o)
(Il calzoliaio)
Una volte le scarpe si facevano fare dal calzolaio, u scarpar, e poi riparare più volte.
Era usanza che il calzolaio girava per le case, a iurnata, per confezionare le scarpe per tutta la famiglia, dopo aver preso appuntamento.
La sera prima con l’asino si andavano a prendere gli attrezzi e il giorno stabilito si recavano presso la famiglia il calzolaio e l’aiutante, u mast(o) e u r(i)scibb(o).
Il calzolaio le confezionava con cuoio, a mbigna, e suola, comperate quasi sempre al mercato re Libbunat(i), di Vibonati (SA).
Il tavolo di lavoro era u bangariedda(o), il deschetto, con il piano quadrato non molto largo, con i suoi tanti piccoli scompartimente per chiodini diversi, tra i quali le ben note s(e)m(e)nzell(e) e i cap(i) r(e) spill(o), e altri attrezzi, la lesina, assuglia, spago, setole, guarda man(o), specie di guanto, e un altro piccolissimo ma lungo ripiano dove si infilavano gli affilatissimi trincetti, i curtiedd(i) r(e) u scarpar(o).
Il mastro, u mast(o) sedeva da quel lato, a e uno degli altri lati l’apprendista, u r(i)scibb(o), il discepolo, impegnato solitamente a preparare lo spago intrecciato e ad impeciarlo a lungo.
Molto spesso il mastro rimproverava l’apprendista a volta con maniere forti.
Il mastro, dopo aver preso la misura del piede del cliente, indossava quella specie di lungo, rozzo grembiule rinforzato sul petto per motivi di sicurezza con un buon pezzo di cuoio quadrato tutto tagliuzzato per l’uso (a vantera).
Dopo aver messo una specie di guanto alla mano destra per protezione, u guardaman(o) con grande sforzo e maestria il calzolaio cuciva la tomaia alla suola
Inumidiva con sputo la suola dove faceva il buco con la lesina per infilarvi lo spago intrecciato sulla setola che fungeva da guida e che diventava sempre più scuro per le continue impeciature.
Prima di iniziare la cucitura, però, aveva a lungo battuto col tipico martello a testa tonda e piatta sul vatt(i)sola, battisuola o con un vecchio ferro da stiro adattato a quel servizio o su un altro strumento appositamente sagomato che poggiava sulle due gambe.
Ricordo le tipiche scarpe da contadino, quelle cu i c(e)ntredd(e), chiodi sporgenti che facevano presa nel terreno, e gra fracasso e scintille quando si camminava sul cemento.
Poi usava il piede di porco, u per(o) r(e) puorc(o), un attrezzo di legno tagliato a forma di piede di porco per lucidare la suola lateralmente.
Ricordo ancora che i nostri genitori facevano aggiungere alle scarpe i cosiddetti salvapunta, placchette di metallo che aumentavano la resistenza delle scarpe per noi monellacci.
U furgiar(o)
(Il fabbro)
La forgia era un’altra bottega caratteristica dei nostri paesi.
In essa con maestria estrema u furgiar(o), il fabbro lavorava il ferro dopo averlo riscaldato nel fuoco della fucina, continuamente attizzato da un mantice o dalla ventola girata a mano.
Il ferro rovente era poi battuto sull’incudine con un pesante martello, e sotto i suoi possenti colpi assumeva le forme desiderate e poi raffreddato in un contenitore con l’acqua.
Venivano così nchiuv(e)ttat(i) o saldati cancelli, porte, finestre, recinsioni, trepp(e)t(i), treppiedi per cucinare al fuoco, cerniere per le porte, i scibb(i).
I fabbri più bravi costuivano anche aratri e altri attrezzi per contadino.
Gli attrezzi per il fuoco, palette, iatatur(i), soffiatore per il fuoco, molle generalmente erano costruiti dagli zingari.
Il fabbro solitamente faceva anche da ferracavall(o), da maniscalco, cioè da colui che metteva i ferri ai cavalli, agli asini, ai muli.
I ferri venivano fissati agli zoccoli degli animali dopo essere stati livellati con una specie di scalpello con i chiodi caratteristici, i post(e).
Spesso nelle case si conservava un ferro di cavallo ritenuto portafortuna.
A mmolafuorb(i)c(i)
(L’arrotino)
A volte appariva nei nostri paesi a mmolafurb(i)c(i), l’arrotino con i suoi attrezzi sulle spalle, più spesso era presente nelle fiere e nei mercati.
Si posizionava in un angolo della strada e montava il suo attrezzo costituito da una mola fatta girare a pedali e sulla quale scendeva costantemente l’acqua contenuta in un barattolo forato posta al di sopra della mola.
Con costanza faceva girare la mola costantemente inumidita per ridurre l’attrito, e su di essa faceva scorrrere le lame di coltelli, forbici, falce, falcioni che così diventavano affilatissimi.
Generalmente il barbiere era suo cliente affezionato e se l’arrotino era particolarmente abile riusciva ad affilare anche i rasoi.
Soprattutto nel periodo invernale si facevano affilare i coltelli che poi dovevano servire per la lavorazione delle carni del maiale.
U sart(o)
(Il sarto)
Il sarto spesso svolgeva la sua professione nella propria casa.
Girava e volte usciva anche in strada con suo metro sulle spalle.
Prendeva le misure secondo uno schema fisso e le scriveva su un apposito quaderno con la copertina nera, a libbretta.
Sui cataloghi si sceglievano i modelli e con abilità si passava al taglio della stoffa dopo averla segnata con caratteristico gesso da sarto.
Poi pazientemente il sarto impastiva quello che doveva confezionare cucendo a mano assumendo la caratteristica posizione con le gambe a cavalcioni.
Ricordo che il muscolo che permette di assumere tale posizione si chiama appunto sartorio, che è anche il più lungo dell’organismo, in onore dei sarti.
Dopo si passava alla prova e quindi si cuciva con la macchina per cucire, a machina p(e) cos(ere).
Quindi si stirava e il capo era pronto per esser indossato e farne bella mostra il prossimo giorno di festa.
U barbier(e)
(Il barbiere)
La bottega del barbiere era spesso il ritrovo di chi non aveva niente altro da fare per diffondere notizie e pettegolezzi di tutto il paese; si diceva infatti, U ssap(e) pur u barbier(e), se lo sa anche il barbiere, lo sanno tutti.
Spesso sulle pareti dei locali del barbiere c’erano calendari con donne semi-nude e a Natale offriva ai propri clienti piccoli calendari profumati pure con immagini pornografiche.
Era abilissimo nell’usare forbici e pettine per i capelli e del rasoio per la barba dopo averlo affilato sull’apposita striscia di cuoio, a strappa.
Spesso il barbiere si recava a casa dei clienti a fare barba e capelli.
U fal(e)gnam(e)
(Il falegname)
Il mestiere che, però, mi affascinava di più era quello del falegname, anzi credo che, se non avessi avuto la possibilità di studiare, sarei iut(o) o mast(o), andato dal mastro per imparare il mestiere di falegname.
Piccolissimo passavo ore e ore inda a pute(g)a, nella bottega del falegname e restavo estasiato a vedere u mast(o), il mastro falegname mentra usava a chianozza, la pialla con energia ed abilità e i scisciul(i), i riccioli che che neuscivano e u sucursin(o), piccola pialla
Mi piaceva quando inchiodava con tipico martello, u martiedd(o) r(e) fal(e)gnam(e), col manico lungo e con la testa intagliata per schiodare.
Usava abilmente il trapano a mano e vari tipi di seghe producendo segatura.
A volte andavo a raccogliere un sacco di segatura, la portavo sul campo sportivo e la spargevo nell’area piccola per evitare lesioni durante le partite in quanto portiere di dubbio valore.
Caratteristico era il suo tavolo da lavoro con l’immancabile morsa nella quale stringeva i pezzi di legno da lavorare.
Con la raspa e lo scalpello, cu a raspa e scarpiedd(o) toglieva le asperità al legno lavorato.
Metteva in un pentolino la colla di pesce che scioglieva su un fuocherello acceso fuori in un angolino, per evitare che la segatura prendesse fuoco, e incollavava gli incasti abilmente preparati.
Era sorprendente come da tozzi assi di legno che entravano nella bottega ne uscivano mobili massicci di pregevole fattura.
U mbaglia segg(e)
(Il riparatore di sedie)
Anticamente solo i signori possedevano le sedie come le conosciamo oggi.
Una volta si usavano i scanniedd(i), scannetti, i piesciol(e), pezzo non troppo grande d’albero, e a volte vicino al focolare c’era una grossa pietra fissa per sedersi.
I mbaglia segg(e), gli impaglia-sedie, giravano per i paesi soprattutto nelle fiere e nei mercati a riparare sedie rotte.
I suoi attrezzi erano: un buon fascio di falasco raccolto lungo qualche fiume, una buona scorta di stecche e di bastoncini di legno di faggio stagionato per sostituire alla meglio spalliere e traversini rotti, uno scalpellino, un martello, un coltello affilatissimo e tanta tanta pazienza.
U caurarar(o)
(Lo stagnino)
U caurarar(o), lo stagnino, era una artigiano ambulante che di tanto in tanto passava per i paesi a riparare le caurar(e), le caldaie e i tiell(e), le pentole e a stagnarle.
Si metteva in un angolo della strada, accendeva un piccolo fuocherello.
Prima con un martelletto riparava eventuali ammaccature.
Metteva sul fuoco la caldaia da stagnare, vi passava dentro con un bastone e con un batuffolo di ovatta dell’acido.
Dopo vi metteva lo stagno che, una volta sciolto, roteando abilmente la caldaia veniva fatto distribuire uniformamente all’interno del contenitore.
U pannacciar(o)
(Il venditore di stoffe)
Un’altra figura caratteristica dei nostri paesi era u pannacciar(o), il venditore di tessuti, che a volte si metteva in un garage prestatogli da qualcuno, o dallo stesso suo camioncino faceva vedere alle donne i suoi prodotti.
Faceva particolarmente affari nei giorni prima di Natale o di altre feste importanti.
Ovviamente vendeva anche pezzi di corredo per le ragazze da marito.
U bbann(i)tor(e)
(Il banditore)
Quando non esistevano mezzi di comunicazione veloci e l’uso dei manifesti era ancora ai primi passi, quando si voleva far conoscere alla popolazione una notizia importante e rapidamente si ricorreva a u bbann(i)tor(e), al banditore.
Costui generalmente aveva una voce bella e poderosa e, girando per tutte le vie del paese, avvertiva la popolazione dell’arrivo di qualche venditore ambulante, di qualche guasto improvviso alla rete idrica, o comunicava qualche avviso importante della pubblica amministrazione.
Il dispensatore di fortuna
Un personaggio che ricordo appena era il dispensatore di fortune.
Era una persona simpatica, abbastanza rubiconda, dal faccione allegro, girava per i paesi suonando la sua fisarmonica con una gabbietta di legno con un pappagallino o un canarino dentro.
Quando le persone si avvicinavano e, dopo che queste avvano versato una monetina di 5 lire, apriva un cassettino sotto la gabbietta contenenti tanti foglietti, l’uccellino allora ne estraeva uno che veniva consegnato al destinatario.
Il foglietto conteneva in presunto destino, solitamente roseo, di chi lo desiderava cnoscere.
A l(e)ssia
(Il bucato)
Per candeggiare i panni bianchi veniva fatta con la cosiddetta l(e)ssia, il bucato.
Dopo aver lavato per bene i panni bianchi si mettevano in una bagnarola o caldaia, si coprivano con un panno bianco, si mettava a bollire l’acqua in una caldaia con della cenere, prima passata al setaccio, e si versava nella bagnarola.
Oppure sui panni bianchi lavati e messi nella bagnarola e coperti col panno bianco si metteva la cenere passata al setaccio e vi si versava l’acqua bollente.
Si facevano riposare per 24 ore e dopo aver tolto attentamente la cenere si andava al fiume dove venivano sciacquati per bene e si stendevano sulle siepi ad asciugare.
Poiché nelle case non c’era acqua corrente, non c’era nemmeno la rete idrica, il bucato si faceva al fiume, ium(o).
Le donne portavano i panni nelle canestre sulla testa e al fiume su delle pietre, appositamente sistemate sulla riva, li lavavano con cura e li stendevano sulle vicine siepi perchè almeno sgocciolassero.
Era simpatico vedere i panni stesi sulle siepi lungo il corso dei fiumi.
U mbr(e)llar(o)
(Il riparatore di ombrelli)
Un’altra figura simpatica che di tanto in tanto, soprattutto all’inizio dell’inverno, appariva per le nostre strade era u br(e)llar(o), un tizio che, con la sua povera attrezzatura, chiedeva alle famiglie se avessero qualche ombrello da riparare.
A quei tempi per la cronica carenza di denaro tutto, finchè era possibile, si faceva riparare e questo principio valeva anche per gli ombrelli.
Allora si metteva in un cantuccio e cambiava i ferri rotti o cuciva la tela strappata o staccata dai ferri.
Il costume popolare della festa
U curpett(o), il corsetto
Era quasi simile al gilè o panciotto maschile, senza maniche e con chiusura al centro del petto con i gancetti di metallo formati dal gangherello e dalla femminella.
Era molto aderante evidenziando al massimo il seno che rappresentava la maggiore attrattiva femminile.
Era fatto di varie stoffe, velluto, seta, panno semplice ecc, a volte con le coppe pieghettate e i bordi ricamati di diversi colori.
Tutti gli orli avevano le cimose di diverso colore facendolo risultare molto vistoso.
A camm(i)sedda ianca, la camicetta bianca
Dal corpetto uscivano le maniche della camicetta bianca tutta ricamata.
Al di sotto della clavicola si sviluppava una larga fascia di ricami a nido d’ape fino ad un terzo della lunghezza dell’omero per poi allargarsi sempre di più con qualche piega e quindi si raccoglieva in un largo ricamatissimo polsino colorato sorretto dalle bretelle di 2-3 centimetri di larghezza, che partivano dal coprispalle del corpetto e si fermavano a metà circa tra gomito e polso.
Anche le bretelle erano ricamatissime.
A (g)unnedda, la gonnella
La gonna era di vari tessuti, di comune panno grezzo, spesso di colore saio di monaci, di velluo, di castorino, di lana o di seta, ma era sempre riccamente pieghettata e ciò la rendeva particolarmente pesante.
Era fissata al di sotto del corpetto e molto stretta in vita per poter evidenziare al massimo i fianchi.
U guand(e)sin(o), il grembiule
Al di sopra della gonna era allacciato alla vita u (g)uand(e)sin(o), il grembiule, abbastanza ricamato, ma sempre più chiaro della gonna e molto più corto, arrivava appena al di sotto delle ginocchia, mentre la gonna doveva coprire anche le scarpe
I maccatur(i), i fazzoletti
Si utilizzavano due tipi di fazzoletti di stoffe diverse, ma quasi sempre di seta.
Uno copriva appena le spalle e arrivava davanti all’altezza del corpetto con ricche frange riunite a mazzetti, l’altro più vistoso e più grande, che, piegato in un modo particolare e caratteristico, copriva la testa lasciando però libera la fronte e le orecchie per non nascondere il volto della ragazza e i suoi orecchini.
Misure
Lineari: Tomolo, u tumul(o) – 4.115 m2
Mezzetto, u m(e)nzett(o) – ½ di tomolo
Stoppello, u stuppiedd(o) – 1/8 di tomolo
Peso: Tomolo, u tumul(o) – 24 Kg
Mezzetto, u m(e)nzett(o) – ½ di tumolo
Stoppello, u stuppiedd(o) – 1/8 di tomolo
Misura, a m(i)sura – 2 Kg
Capacità: Botte, a vott(e) – 523,50036 litri
Barile, u varlir(o) 1/12 di botte: 43,625030 litri
Legna: Canna, a canna – 4,24 m. x 1 m. x 1 m.
Peso: 1 canna di legna di faggio – 20 quintali
1 canna di legna di quercia – 24 quintali
